Borgo

Torretta

 Fideliter  Vigilant

Indice






Origini romane



La città di Hasta, con circa 50 ettari di superficie edificata, era una delle maggiori nell’ambito della Regio IX compresa fra il Po ed il mar Ligure, e per ampiezza, floridezza economica ed emergenze monumentali poteva essere paragonata ad Augusta Taurinorum (Torino) o ad Augusta Praetoria (Aosta). I numerosissimi scavi archeologici condotti negli ultimi decenni hanno permesso di ricostruirne con buon’approssimazione la struttura urbanistica. La città aveva forma di quadrato molto regolare, con i lati di oltre settecento metri di lunghezza.

L’area interna era ripartita da un reticolo di vie intersecatesi ad angolo retto, e delimitanti isolati regolari di circa 70 metri di lato. Ognuno dei quattro lati del perimetro era aperto da una porta monumentale, punto di raccordo fra la viabilità interna e le grandi vie che collegavano la Città al suo territorio e agli altri centri urbani. Lo stesso reticolo viario era determinato dall’incrocio dei principali assi stradali, che all’interno dell’abitato corrispondevano al “Decumano massimo” con orientamento Est-Ovest (Oggi Corso Alfieri), e al “Cardine Massimo” con orientamento Nord-Sud (oggi Via Roero-Via Milliavacca).

All’incrocio dei due assi sorgeva il Foro monumentale (oggi area di Sant’Anastasio-Liceo Classico). Il Decumano Massimo corrispondeva al tratto urbano dell’importante Via Fulvia, che collegava Augusta Taurinorum (Torino) a Dhertona (Tortona). La strada consolare proveniente da Dhertona e da Forum Fulvii (Villa del Foro, presso Alessandria) entrava in Città dalla porta monumentale ubicata nei pressi dell’incrocio fra gli attuali Corso Alfieri e Via Della Valle, la attraversava per tutta la larghezza, usciva all’altezza della chiesa di Santa Caterina (dove si è conservata fino ad oggi una delle torri della porta corrispondente), e proseguiva verso Ovest dirigendosi all’attuale Cimitero e a Revignano, snodandosi poi fino a Torino.

Dalla porta meridionale (ubicabile a sud di Piazza San Giuseppe) uscivano le strade per Alba Pompeia (Alba), Aquae Statiellae (Acqui Terme) e Pollentia (Pollenzo).

Dalla porta settentrionale (ubicabile presso l’incrocio fra Via Testa e via Milliavacca), infine, usciva la strada per Industria, (importante città scomparsa nei pressi di Chiasso), e per Eporedia (Ivrea). Quest’ultima strada, nel suo tratto iniziale seguiva all’incirca il tracciato dell’attuale Corso XXV Aprile, poi all’altezza dell’ex Saffa si sovrapponeva all’attuale corso Ivrea. Nello stesso punto confluiva un’altra strada secondaria, proveniente dalla porta occidentale, che seguiva in parte l’andamento dell’attuale Corso Torino ma che poi si diramava verso Karrea Potentia (Cheri) lungo la valle Triversa.

L’importanza della strada per Industria è dimostrata dall’eccezionale abbondanza di reperti romani rinvenuti in epoche lontane e recenti, per lo più riconducibili ad aree sepolcrali e ad estese necropoli databili tra il primo, e la metà del secondo secolo dopo Cristo.

L’area archeologicamente più ricca è quella dove s’incontrano l’attuale Corso Torino, Ivrea e XXV Aprile ma rinvenimenti abbondanti si sono effettuali in piazza Nostra Signora di Lourdes, corso XXV Aprile, via dei Fiammiferai, corsa Ivrea verso Casabianca, e di recente un antico basolato romano è riemerso proprio sotto il “nostro” corso Torino.

L’arteria principale del Borgo, che è anche un po’ il suo cuore, può dunque vantare l’invidiabile età di 2000 anni! Con una punta d’orgoglio borghigiano possiamo affermare che nessun’altra zona extraurbana della Città può vantare simili benemerenze archeologiche. Con molto disappunto bisogna invece rimarcare che il gran patrimonio rinvenuto in oltre due secoli di scavi solo in minima parte è conservato ad Asti: ciò che non è sparito nei tempi più lontani, golosamente fagocitato da collezionisti senza scrupoli, è disperso e dimenticati nei magazzini delle Sovrintendenze.



Un borgo di otto secoli



La città di Asti, come tutte le antiche città italiane, disponeva fin dai tempi più remoti di un territorio esterno al suo recinto difensivo, di raggio limitato di sua stretta pertinenza, dove proiettava i suoi interessi fondiari e dove traeva le risorse per il suo sostentamento. Nell’anno 962 diplomi imperiali riconfermano in maniera definitiva che tale territorio appartiene indissolubilmente alla Città, rientra nella sua giurisdizione urbana e ne segue i destini. All’epoca il territorio, definito districtus o suburbium, è veramente ridotto, e nel settore settentrionale della Città arriva fino alle sponde del Rivum Crosum ( Oggi Rio Crosio), a poco meno di ottocento metri dal recinto cittadino.

Con il crescere delle fortune economiche, ed il rapido incremento demografico ad esse correlato, Asti deve necessariamente ampliare il territorium civitatis, portandolo a più riprese a raggiungere confini sempre più ampi. Agli inizi del XII secolo, nel settore di nostra pertinenza, tali confini si spinsero a comprendere il tratto finale della Vallis Iuvenalis ( in altre parole il tratto finale della val Rilate), e gran parte della Vallis Benedicta; nella prima si arrestavano dove iniziava il territorio del villaggio di Sessant, nella seconda in prossimità del villaggio scomparso di Monfrione. Essi delimitavano quello che si definiva “Posse Vetus”, vale a dire “Distretto Vecchio”.

Già alla fine del secolo la Città si era impadronita dei villaggi circostanti, dilagando in seguito nel territorio a formare uno Stato fra i più estesi del Piemonte. Tuttavia il Posse Vetus corrispondente al raggio di circa 1,5 chilometri dal recinto più antico, si cristallizzò definitivamente nei suoi confini originari come “area urbana originaria”, al punto che dal XIII secolo ebbe la definizione di “BURGI COHERENTES CIVITATIS” ( “Borghi circostanti la Città”). L’area dei Borghi era in pratica “Città” in tutto e per tutto, anche se collocata esteriormente alla prima cerchia di mura.

Tra fine Duecento ed inizi Trecento, quando si approntò la seconda cerchia difensiva, i borghi situati al suo interno furono definiti per un certo tempo “BORGHI MURATI” per distinguerli da quelli rimasti al suo esterno, che cominciarono ad essere sporadicamente definiti “SOBBORGHI”. L’ATTUALE TERRITORIO DELLA TORRETTA HA LA QUALIFICA DI “BORGO” DA OTTO SECOLI. Nel 1276 un documento veniva redatto “ In Burgis, silicet in ecclesia Sancte Marie de Calmo” ( “Nei borghi, cioè nella chiesa di Santa Maria del Carmine” in: “Le carte dell’Archivio Capitolare d’Asti”, Torino 1986, doc. 130). Vedremo presto come la chiesa citata sorgesse nel cuore del territorio torrettino, e rappresentasse uno dei primi poli d’aggregazione demografica.

Per ora giova rimarcare quella definizione “In Burgis” che sancisce uno status giuridico prima ancora di un’effettiva consistenza dell’abitato.



L’epoca medievale



Il crollo dell’impero romano provocò la crisi delle infrastrutture che ne avevano garantito la prosperità, ma non ne causò la totale scomparsa. Le realizzazioni dell’epoca classica, anzi, costituirono spesso l’ossatura, o la piattaforma su cui si costruirono anche materialmente le fortune di molte città italiane in epoca medievale.

Per quanto riguarda la nostra Città, così come gli obsoleti edifici romani garantirono solidi appoggi e materiale da costruzione per i palazzi e le torri del periodo comunale, i percorsi delle antiche strade costituirono un requisito essenziale per lo sviluppo dei commerci e per il controllo del territorio.

Molto, ovviamente, andò perso. Ad esempio la strada che uscendo dalla porta Occidentale si dirigeva a Nord lungo l’attuale Corso Torino, fu quasi completamente abbandonata perché troppo esposta ai capricci spesso disastrosi del vicino Borbore; fu per contro mantenuta in buona efficienza la strada collinare che ricalcava il corso XXV Aprile.

Certo, la città di Industria scomparve molto precocemente, ma i collegamenti con i centri demici della Val Rilate e, più oltre, con Chivasso ed Ivrea, giustificarono il mantenimento di quest’asse viario a fianco di altri più celebri e frequentati, come la strata Francigena verso Torino, Susa e la Francia, o la Strata Lombarda verso Alessandria e Pavia.



S.Lorenzo “Ad Curia”



Com’è noto fino al 1190 la Città d’Asti non disponeva di un efficiente cerchia di mura, ma di un recinto eterogeneo di difese costituite in gran parte da sepes, cioè palizzate di legno rivestite di spine e di rovi.

In esso si aprivano tuttavia già dalla metà del XII secolo le Porte destinate ad una lunghissima sopravvivenza. Bisogna ricordare che il recinto delle sepes non corrispondeva perfettamente alle poderose mura costruite fra il 1190 ed il 1220; sul lato nord della Città esso si disponeva leggermente a sud dell’attuale Via Testa, ed un ampio fossato lo separava dal recinto autonomo del Castelvecchio.

Nei pressi dell’incrocio fra Via Testa e via Milliavacca si apriva la porta di San Lorenzo, già citata nel 1167. Prendeva il nome dall’antica chiesa parrocchiale di San Lorenzo “ad Curia”, ubicata un poco più ad Ovest dell’attuale piazza Lugano, sorta prima del 924 lungo la strada in uscita dalla Città che ricalcava l’antica via romana citata nei paragrafi precedenti. L’importante edificio religioso prendeva il nome dalla “Curia”, cioè dal settore extraurbano di stretta pertinenza cittadina, che così era definito nel corso del X secolo. Era una chiesa parrocchiale, ed il suo distretto si estendeva quasi totalmente nell’area fuori dal recinto, comprendendo con ogni probabilità gran parte del territorio che oggi costituisce il nostro Borgo.

Nel 1190 iniziò la costruzione delle mura “di Città”, che quasi ovunque ricalcarono l’antico recinto delle Sepes, ma che intorno a San Lorenzo si spostarono notevolmente più a Nord, inglobando l’abitato sorto attorno alla chiesa, e raccordandosi al preesistente recinto del Castrum vetus. La stessa porta urbica fu ricostruita a monte della precedente, mantenendo la denominazione ormai consolidata. L’area in antico definita “Curia” si poteva ormai considerare urbanizzata a tutti gli effetti, almeno nella fascia più a ridosso dell’antico recinto. Da essa proveniva, infatti, una famiglia che già dal XII secolo sarebbe emersa ai massimi livelli nel ceto dirigente della Città: i De Curia.

Il suo stesso cognome continuò per secoli a costituire un omaggio al territorio da cui ebbe origine. La chiesa di San Lorenzo, per contro, continuò a rimanere fuori le mura, rappresentando assieme alla strada che lo costeggiava un polo generatore per il futuro sviluppo dell’abitato extraurbano.



Il Toponimo “Torretta”



La più antica attestazione documentaria del nome del nostro Borgo come ancora oggi lo conosciamo risale al 1548. In tale anno fu riformato il Catasto cittadino, e fra i verbali delle dichiarazioni di proprietà compaiono ripetutamente appezzamenti di terreno o edifici ubicati nel “luogo ove si dice alla Torretta”. Il toponimo appare all’epoca già notevolmente consolidato e tradizionale, tanto da far pensare ad un’origine anteriore di almeno un paio di secoli; accanto ad un’area definita esplicitamente “Torretta”, identificabile tra l’attuale Corso XXV Aprile ed il parco di Rio Crosio, compare anche un “piano della Torretta” da individuare nella zona a Nord-Est di corso Torino. La distanza dal recinto murario della Città smentisce con certezza le conclusioni di quanti videro nel toponimo “Torretta” un riferimento alle strutture difensive di pertinenza urbana, e impone la formulazione di ipotesi più verosimili che devono partire necessariamente dalla diffusione dei toponimi aventi come radice il termine “Torre” e riscontrabili nelle aree suburbane di Asti come in quelle di moltissime altre località italiane.

Così, se attorno ad Asti oltre a “Torretta” sono documentati già del XVI secolo i luoghi di “Torrazzo” ( ancora oggi esistente), di “Torre degli Scarampi”, di “Torre dei Faci” e di “Torre di Penaste”, si ritrova un “Torrazzo” vicino a San Damiano, una “Torre di Valgorrera” presso Villanova, la “Torre dei Mosi” e quella “dei Mosetti” attorno a Chieri, “Torre Garofoli” accanto a Tortona. Gli esempi potrebbero continuare a lungo e basterebbe ricordare le moltissime località della periferia di Roma come Tor Vergata, Tor Pignattara, Torre Angela, Torre Gaia, Torre Maura, Torre Nova, Torre Spaccata, Torrimpietra, Tor Sapienza, e addirittura Torricola. Di tutte, bisogna però citare la “Torretta” della periferia milanese ai confini con Sesto San Giovanni, così chiamata da una splendida omonima villa del XV secolo ancora oggi esistente. Nel corso del Trecento a seguito della grande contrazione demografica subita dalle città italiane, le aree suburbane in precedenza fittamente articolate in piccole proprietà rurali di tipo mono-famigliare, sono oggetto di vasti fenomeni d’accorpamento fondiario condotti dai ceti più abbienti, che portano alla formazione d’estese aziende agricole.

Tali aziende, che necessitano di molte braccia per la loro conduzione, hanno come fulcro anche visivo grandi “cassinali” costituiti da insiemi d’edifici organizzati a “corte”, comprendenti stalle, fienili, magazzini, abitazioni per i braccianti e per i fattori, e non di rado residenze molto qualificate per i proprietari che vi trascorrono più o meno prolungati periodi di “villeggiatura”. Poiché il XIV ed il XV secolo sono periodi di guerra endemica e di violenza generalizzata, i grandi insediamenti curtensi sono generalmente dotati di difese che li rendono simili a castelli o a villaggi fortificati: cortine murarie merlate, fossati, bertesche e soprattutto torri più o meno elevate ma ben munite, in grado di scoraggiare, o almeno di contenere, le incursioni dei malintenzionati. Esempi splendidi di queste strutture del XIV-XV secolo, dicevamo, sono ancora visibili nelle campagne chieresi.

Intorno alla nostra Città, per contro, furono quasi completamente cancellate dall’infuriare delle guerre che imperversarono nella prima metà del Seicento; il loro ricordo è ormai solo contenuto nei documenti o nella toponomastica dei luoghi. Spesso i grandi “cassinali” suburbani prendevano il nome dalla famiglia proprietaria ( conosciamo ad esempio la Regibussa dei De Regibus, la Cauda, la Catena e la Boana delle famiglie omonime). Frequentemente, e soprattutto nell’uso popolare, erano noti col nome degli edifici più rappresentativi in essi contenuti: ad esempio il Palazzo ed il Palazzetto che sorgevano tra Viatosto e località Valguino, le varie “Torri” prima citate, i “Torrazzi” o le “Torrette”.

Come a Milano ed in altre città, è probabile che anche ad Asti una grande cascina fortificata, sorta fra il XIV e XV secolo nell’antico sobborgo di Santa Maria del Carmine, prese l’appellativo di “cascina della Torretta” dalla sua principale struttura difensiva, diventando poi “Torretta” tout-court, e trasmettendo il proprio nome anche all’area circostante.



Santa Maria del Carmine



Verso il 1260, nei pressi dell’incrocio fra gli attuali Corso Ivrea e corso XXV Aprile, fu fondato un convento dei frati Carmelitani, sotto il titolo di Santa Maria. L’importanza dell’Ordine merita qualche informazione in più. Nel 1192 alcuni crociati di stanza in Palestina decisero di abbracciare la vita eremitica, e ispirandosi alla figura del profeta Elia diedero vita ad un cenobio alle falde del Monte Carmelo, adottando a modello le comunità degli anacoreti di rito orientale, noti anche come “Padri del deserto”.

Entro il 1209 il Patriarca di Gerusalemme, Sant’Alberto, li dotò di una propria regola. Il declino delle fortune latine in Terra Santa dopo l’anno 1235 convinse gli eremiti, che nel frattempo avevano assunto il nome di “Carmelitani”, a tornare in Occidente, dove trovarono sostegno entusiasta da parte delle Città e dei principali potentati. Per adeguarsi al confronto con una realtà sociale tanto diversa da quella dell’antica Palestina, i religiosi decisero di abbandonare la vita eremitica e contemplativa trasformandosi in Ordine Mendicante sull’esempio dei Francescani, dei Domenicani o degli Agostiniani già affermati da qualche decennio. Decisero, in sostanza, di svolgere il loro apostolato fra la gente, predicando, somministrando i Sacramenti, vivendo del proprio lavoro e delle elemosine.

Nel 1247 il papa Innocenzo IV accettava la nuova Regola, che se da una parte legittimava le nuove esigenze, dall’altra non abbandonava del tutto i precetti di Sant’Alberto, imponendo ai frati di costruire i propri conventi in luoghi tranquilli e sufficientemente discosti dal traffico delle Città, ma al tempo stesso abbastanza comodi da permettere loro di svolgere nelle stesse Città la loro missione. Asti fu tra le primissime località subalpine ad accogliere una comunità Carmelitana; essa, conforme alla Regola, scelse di costruire chiesa e convento nel cuore dell’attuale Torretta, a circa un chilometro dalla porta di San Lorenzo. La nuova fondazione, sorta strategicamente su una strada di una certa importanza, ebbe notevole successo e portò rapidamente ad incrementare gli insediamenti abitativi nei dintorni.

Purtroppo delle caratteristiche architettoniche di “Santa Maria de Carmo” non conosciamo assolutamente nulla. Tuttavia, constatando come nel corso del XIII secolo i diversi Ordini Mendicanti iniziarono una vera e propria gara nel costruire chiese e conventi sempre più grandiosi e magnifici, possiamo immaginare che anche quello dei Carmelitani alla Torretta non fosse da meno. Verso la fine del Duecento, la sua importanza era ormai notevole, e per migliorare i suoi collegamenti con la Città si riapriva una strada che da esso arrivava fino alla porta di Sant’Antonio ( oggi porta Torino). La stessa porta per tutto il Trecento fu anche chiamata “porta del Carmine”.

Il settore triangolare avente ai vertici le porte di Sant’Antonio e di San Lorenzo ed il monastero del Carmine rappresentò un’area privilegiata per lo sviluppo di un insediamento borghigiano, certo non importante e fitto come quelli sorti lungo la Strata Francigena verso Torino ( cioè i borghi di San Marco, della Torre e degli Apostoli) o lungo la Strata Lombarda verso Alessandria- Genova (cioè i Borghi di Santa Maria Nuova, San Pietro e San Lazzaro), sicuramente assai rarefatto e disperso, in ogni caso dotato di proprie infrastrutture e, come si è detto, di propri poli di riferimento per la vita religiosa e sociale.



La crisi delle fondazioni religiose



Nel 1334 il vescovo Arnaldo De Rosette decretava la soppressione dell’antica parrocchia di San Lorenzo. La chiesa continuò ad esistere, e si mantenne in buono stato fino alla metà del XVII secolo; i sui redditi, per contro, furono assegnati al Capitolo della Cattedrale, ed il suo distretto territoriale smembrato a favore delle parrocchie del Duomo e di San Secondo della Torre. La soppressione era probabilmente dovuta alla vistosa contrazione demografica che dagli inizi del Trecento cominciò a svuotare i Borghi più lontani dal centro.

Il fenomeno fu in gran parte provocato dalle guerre civili fra i Guelfi “intrinseci” che controllavano la Città ed i Ghibellini fuoriusciti annidati in alcuni castelli del contado, impegnati a condurre sfibranti azioni di guerriglia, come ricorda il cronista Guglielmo Ventura, “…venendo quasi ogni giorno nei pressi delle mura dei Borghi, catturando ed uccidendo uomini, e anche donne, e ciò che trovavano, rapinavano” ( Memoriale, cap. 46). Questa situazione di violenza endemica, cominciata nel 1304, si protrasse per alcuni anni, abbastanza da indurre gli abitanti dei sobborghi più esterni a trovar rifugio all’interno delle mura. Benché le cose si sistemassero tra il terzo ed il quarto decennio, il decremento demografico era ormai generalizzato, ed i vuoti lasciati non furono più riempiti. Non fu dunque un caso se dopo il 1335 i Carmelitani decisero di abbandonare il proprio convento nel nostro Borgo, e trasferirsi in Città nel quartiere di Porta San Giuliano, presso la contrada di Marene.

Lì cominciarono ad edificare una nuova sede, e una basilica monumentale sull’area dell’attuale Piazza Cagni, che per la sua vastità fu portata a termine solo nel 1414. La chiesa, una delle più grandi e belle della Città, fu demolita nel corso dell’Ottocento; il convento esiste ancora, sia pure in spaventose condizioni di degrado).



La crisi dell’assetto territoriale



Già prima del 1280, per difendere i vasti quartieri sorti al di fuori della prima cinta muraria, fu apprestato un nuovo recinto difensivo di spalti in terrapieno, definito “Clausura Burgorum” ( Recinto dei Borghi). Tra il 1310 ed il 1330 il recinto fu sostituito da una solida, lunghissima cerchia muraria.

La vastità dell’area in essa compresa ( poco meno di 140 ettari, una superficie paragonabile a quella delle maggiori città italiane dell’epoca) impose una drastica ridefinizione degli accessi urbani; per semplificarne il controllo strategico e militare, e più ancora quello doganale e fiscale, le originarie dieci porte cittadine furono ridotte a tre sole, e cioè porta Sant’Antonio ( oggi Piazza Porta Torino), porta San Pietro ( oggi piazza I° Maggio) e porta San Quirico ( oggi piazza Marconi).

L’antica porta di San Lorenzo, murata, scompariva definitivamente dalla Storia, e con essa ogni potenzialità di sviluppo per gli insediamenti borghigiani sorti lungo la strada che vi faceva riferimento. Il trasferimento dei frati del Carmine entro le mura completò l’opera, sottraendo a quella fetta di Burgi Coherentes uno dei principali presupposti alla loro espansione. L’area, tuttavia, non andò desertificata: la fertilità dei suoli, la loro amenità, l’abbondanza di corsi d’acqua, la vicinanza con la Città continuarono a garantire la sua eccellenza rurale ed agronomica, fortemente rafforzata dalle politiche immobiliari del ceto dirigente cittadino, come vedremo nei paragrafi seguenti.



I Cappuccini



Nel 1535, esattamente due secoli dopo il trasferimento dei frati del Carmine, il nostro Borgo divenne sede di una nuova, importante fondazione religiosa: quella dei Cappuccini. L’ordine nacque agli inizi del Cinquecento per iniziativa di alcuni frati francescani dell’Italia centrale, che in polemica con i loro conventi di appartenenza si ritirarono in sperduti eremi dell’Umbria, anelando ad una vita più conforme all’insegnamento del Santo fondatore. Nel 1532 il papa Clemente VII ne approvava la Regola, e autorizzava la costruzione di conventi Cappuccini. Tra i fondatori dell’Ordine spiccava, per competenza dottrinale, santità di vita ed anche per riconosciute capacità organizzative, un nostro concittadino, Bernardino Pallio.

Costui, nato nel 1476 dalla nobilissima ed antica famiglia dei Pallio, dopo aver condotto il noviziato presso il convento dei Francescani Osservanti, si trasferì a Roma per proseguire gli studi teologici, e vi fu ordinato sacerdote. Proprio a Roma si avvicinò ai primi “riformati” dell’Umbria, sposandone la causa, abbracciando poi la Regola cappuccina nel 1533. Nel 1535 fu eletto Vicario Generale dell’Ordine, e grazie alla sua instancabile attività i Cappuccini si diramarono rapidamente in tutta Italia. Non è certo un caso se proprio nel 1535 nasce il primo insediamento astese; anzi, è verosimile che esso si sia stanziato su terreni di proprietà della famiglia di frate Bernardino Pallio ( ormai noto come padre Bernardino da Asti), il quale, pur spogliatosi dei suoi averi, continuava ad essere un riverito e stimato “pezzo grosso” in ambito religioso. La regola dei Cappuccini imponeva loro di costruire le proprie sedi in luoghi sufficientemente lontani dai centri abitati, ma non tanto da ostacolarne la missione d’apostolato e d’assistenza agli umili. Il primo, provvisorio insediamento astese fu costituito da una cascina situata al “piano della Torretta”, (forse donata dai Pallio), all’inizio della strada della Val Rilate ( oggi area Saffa).

Nel 1539, grazie alle offerte dei cittadini, i frati trasformarono le strutture preesistenti in un confortevole convento, dotato di una chiesa sufficiente ai loro bisogni e a quelli della popolazione circostante. Purtroppo il sito pianeggiante si rivelò poco idoneo, a causa dei frequenti straripamenti invernali del torrente Rilate; nel 1578, grazie alle elemosine dei fedeli, il convento fu trasportato sulla collinetta vicina, che ancora oggi porta il nome di “località Cappuccini”. La chiesa, che fu in seguito restaurata nel 1777, era una bella costruzione in stile tardo-manierista: a navata unica coperta da una volta a botte, oltre all’altar maggiore dedicato alla Concezione di Maria, aveva due cappelle dedicate rispettivamente a San Fedele da Sigmaringa e a San Felice. Proveniente dalla chiesa precedente, sul muro laterale era esposto un bel ritratto del padre Bernardino da Asti, eseguito prima della sua morte avvenuta nel 1546.

Attorno alla figura del frate furono poi dipinti alcuni fatti miracolosi che ne illustravano la santità della vita. Il convento dei Cappuccini godette di notevole prestigio in Città, ed i suoi religiosi erano benvoluti da tutti per la solerte attività a sostegno dei poveri. In particolare si distinse durante la terribile peste del 1630, quando nelle sue vicinanze fu allestito il Lazzaretto in cui i frati si prodigarono eroicamente nell’assistere i malati contagiosi ed i moribondi. C’è un motivo un po’ più prosaico, anche se non meno simpatico, che ne spiega il successo e la fama. Dal XVII secolo il Convento divenne la meta obbligata delle scampagnate che gli astesi di ogni condizione facevano nei giorni di Pasqua e di Pasquetta.

I prati circostanti venivano letteralmente invasi da una folla festante ed allegra, che trascorreva i due pomeriggi festivi tra merende e danze improvvisate. Dato l’enorme afflusso di persone, sorgevano numerosi “cabaretti”, veri e propri stands gastronomici che servivano a prezzo ragionevole semplici vivande calde o fredde e vino in quantità. Il convento fu purtroppo soppresso nel 1801, con grande rammarico di tutta la Città; i suoi edifici furono rapidamente spogliati ed in seguito demoliti. Tornando alla figura del padre Bernardino Pallio da Asti, ci piace riportare un breve riassunto delle note biografiche a lui dedicate nel sito Internet dei Frati Cappuccini, e ci piace anche constatare la venerazione e la stima che l’Ordine tributa ancora oggi ad uno dei suoi Fondatori.



Bernardino Pallio



È uno dei “padri” della riforma cappuccina. Colui che ha dato alla riforma l’equilibrio, l’organizzazione e la struttura di santità. Venuto ai cappuccini dagli Osservanti, aveva già cercato una forma di vita riformata con altri confratelli, tra i quali soprattutto Francesco da Jesi, ritirandosi in romitori umbri, le famose “case di recollezione”, riuscendo nel 1532 ad ottenere da Clemente VII la bolla “In suprema” che sarà poi l’inizio dei Riformati italiani. Ma l’incertezza, anzi l’avversione dei superiori nell’Osservanza verso forme di riforma tendenti alla separazione e all’autonomia, gli diedero la spinta definitiva per passare verso la fine del 1533 o l’inizio del 1534 a condividere la “vita disperata” dei “quattro scalzarelli” cappuccini.

Nato nel 1476 nel castello di Rinco presso Asti dal nobile casato dei Palio e passato a Roma per studiare, qui nel 1499 vestí l’abito francescano tra gli Osservanti e divenne un figura eminente già tra gli Osservanti, sia per la scienza (era un profondo conoscitore di Duns Scoto), sia per la virtú, essendo un’anima molto dotata di carismi spirituali e innalzata ad altezze mistiche nella contemplazione. La sua venuta tra i cappuccini fu davvero provvidenziale. Infatti eletto vicario generale nel capitolo del 1535 e confermato l’anno seguente, animò con il suo discernimento il lavoro capitolare svolto nel convento di Roma-S. Eufemia, che portò alla stesura delle prime e fondamentali constituzioni cappuccine, un vero tesoro di spiritualità che resta il piú classico fondamento carismatico dell’Ordine.

Visitò le diverse centinaia di frati già distribuiti in tutta Italia, anche in Calabria, dove evitò che i cappuccini si unissero agli Osservanti, valorizzando la grande esperienza spirituale di quei primi cappuccini, che saranno pionieri nel sud Italia. Infaticabile e radicale nell’osservanza della regola, mentre visitava i conventi delle Marche cadde ammalato. Convocò il capitolo a Firenze e si ritirò nell’eremo di Narni per un anno. Nel 1546 Bernardino d’Asti, che era nel frattempo stato eletto definitore e procuratore generale e moderatore della provincia romana e guardiano di Roma, venne rieletto vicario generale, mentre si trovava a Trento come rappresentante, nel famoso concilio, della nuova famiglia cappuccina. Nei sei anni che fu alla guida dell’Ordine (morirà a Roma nel 1557) avvenne una grande espansione dei cappuccini anche a livello di prestigio e la Chiesa troverà subito in questi ardenti frati uno strumento di evangelizzazione a tutta prova.

Bernardino è stato l’emblema della mitezza e della dolcezza, unite ad una forza spirituale eccezionale. Egli aprì i cappuccini allo studio, appoggiandosi sugli argomenti e sulla spiritualità di san Bonaventura. Aveva ottenuto dal Signore il dono della contemplazione infusa e mistica e le sue ore di meditazione erano interminabili. Era diventato maestro di spiritualità. Le sue lettere circolari superstiti e il suo unico ritrovato scritto spirituale (ardenti preghiere alla Trinità) lo rivelano maestro della spiritualità cappuccina di tutti i tempi. Sono famosi i suoi detti, che i cronisti hanno cercato un po’ di raccogliere. Era diventato un’autorità, sempre citata quando si presentavano problemi nella vita interna dell’Ordine: “Il padre di Asti diceva così”. Era uno specchio di virtù dove per molto tempo i cappuccini si sono rispecchiati. Eppure di lui non è stato iniziato nessun processo per la canonizzazione, nonostante i suoi copiosi carismi e prodigi. Ma la sua vita resta sempre un prodigio di santità e merita di stare con i santi.



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